La resistenza gratuita

Io sono un partigiano della Resistenza Gratuita.

Non sono l’unico partigiano della resistenza gratuita: al mio fianco c’è la mia amica immaginaria. I partigiani della resistenza gratuita possono essere solo immaginari. Per spingerci concretamente nella realizzazione di un dopo diverso dobbiamo aumentare gli amici immaginari. Sul palco porre tanti attori di carne quanti attori di insostanza, e fino all’esasperazione avvicinarli, per non scindere più gli attori immaginari da quelli non immaginari.
Tutti devono diventare invisibili (o visibili) nell’orgia della Resistenza Gratuita.

Per un po’ di tempo sarò sui monti a guerreggiare gratis.

Di nuovo a Mantova. Non sapevo che fosse ferragosto. Sui monti il nemico, disumano, non vuole combattere, e se ne sta nascosto laidamente al sicuro tenendoci nel mirino. Difficile capire i suoi movimenti ripugnanti.
So di essere spiato. Ma ho degli alleati importanti, in primo luogo la mia amica immaginaria, con cui sto concretamente realizzando uno spettacolo per raccogliere attori invisibili, partigiani della Resistenza Gratuita.
Ma per preparare lo spettacolo occorre lavoro. Deve passare l’estate, e durante quest’estate, l’estate più calda di tutti i tempi, ci dicono i telegiornali, le difese sono poche, e le insidie corruttrici potenti.

Il buco
(Lamento del partigiano dubbioso)

Cerco il mai visto.
E all’inizio mi entusiasmo.
Poi capisco
che è solo stravedere.
Vedo stravisto.
Mi vedo stravisto.
Non voglio vedere
non mi voglio vedere stravisto.
Cominciano i problemi.
Perché per giustificare l’insoddisfazione
devo creare problemi.
Vorrei creare
un Buco come il pantheon
per avere la facoltà
di non stravedere.
Il mio buco è pieno di bambini
che si litigano il giocattolo
Il mio buco è pieno di vecchi
che
Il mio buco è pieno di buchi
che si litigano il buco.

I miei amici già lo sanno: a fine estate la Resistenza Gratuita migrerà a Roma per realizzare lo spettacolo – per realizzarsi. Realizzazione intesa nella sua impossibilità, naturalmente; nessuna illusione d’esserci.
Nella città strapiena e strafarcita voglio partorire un buco.

I partigiani sono tormentati

Stamane la Resistenza Gratuita si é riunita per decidere i movimenti strategici di ognuno. Purtroppo i miei partigiani erano depressi e tormentati. Mi hanno confusamente enunciato i loro timori, mi hanno detto:
Forse non siamo in grado, forse non abbiamo le capacità per realizzare il progetto, si, abbiamo paura, ma non è solo questo, soprattutto non siamo convinti di quel che dobbiamo fare, insomma forse non ci crediamo.
Allarmato, ho chiesto loro:
A cosa forse non credete?
Al buco! Hanno risposto in coro.
Il nulla, i miei partigiani hanno terrore del nulla. Ho cercato di spiegargli che non cerchiamo affatto il nulla, ma l’invisibile, che è cosa diversa; il buco che cerchiamo è come il buco del pantheon, e siamo tutti d’accordo che il pantheon, costruito e basato su gli spazi vuoti (caso unico nella Roma piena), è qualcosa, non il nulla. Loro non mi sono sembrati molto convinti. Forse anch’essi preferiscono le invadenti rovine, colonne, città e palazzi.
La cosa è preoccupante. Ho deciso un’altra riunione, domani. Se continuano a mostrarsi scettici sarò costretto a prendere provvedimenti molto gravi.
Non si può combattere senza passione.

Le richieste dei partigiani

La riunione di oggi è stata deprimente. Si sono messi tutti a piangere, tutti (non scherzo), quando io ho rifiutato in tronco le loro seguenti richieste:
1) Vogliamo più sicurezza
2) Vogliamo sentirci più amati
3) Non vogliamo rischiare di morire
Sono richieste inaccettabili, e la loro soddisfazione significherebbe lo sputtanamento della Resistenza Gratuita.
La numero 3) è quella che più mi ha fatto male: voler combattere senza rischiare di morire, ma che vergogna, come voler imparare a saltare senza rischiare di cadere. Una tale dimostrazione di stupidità e viltà non me l’aspettavo dai miei partigiani. Anzi, ex partigiani. Li ho ammazzati. Non avevo scelta.

Rimproveri

«Questa volta, amico mio, ti sei mangiato la testa», così mi ha detto Ginevra Bianca dopo aver saputo del mio crimine umanitario.
Anche lei mi vede male malissimo, ora. Sarei spietato e senza cuore. Non hai mostrato la minima comprensione verso quei poveri partigiani che chiedevano semplicemente un po’ di umanità, non sai ascoltare, non sai capire, vuoi consolare con cazzate parametafisiche e luoghi comuni sentimentali, e i risultati sono naturalmente fallimentari; ecco perché hai ucciso: perché non sopporti il fallimento!
Per quanto ci possa essere del vero in un simile sermone
non accetto
no, non accetto
lezioni di umanità
io non ho mai chiesto ai partigiani comprensione
a nessuno ho mai chiesto comprensione
non la voglio!!!
per cui non pretendetela da me
e se non vi sta bene
io combatto da solo.

Comprensivi faziosi

Ogni fratellanza è un errore. Ho fatto bene ad uccidere i partigiani.
Sì.
Poi non ha senso che solo io debba essere indicato come insensibile: chi mi ha criticato predicando la comprensione, perché non ha fatto lo stesso con i partigiani? Se vogliamo essere equi, anche i partigiani avrebbero dovuto mostrare comprensione verso di me. Invece no, sono solo io ad essere indicato come mostro dell’egoismo. Solo perché io ho commesso l’omicidio. Ma se non li uccidevo io, mi uccidevano loro.
La verità è che sono tutti in preda a loro stessi, ma vogliono riempirsi gli occhi.
Che vadano a rivedersi il pantheon, per togliersi la pomposità dello stravisto.
Il pantheon.
Entri e vedi tutti con la testa per aria che guardano un buco.
È liberatorio.

Mi viene da ridere, ora. Partigiani, comprensione, morte… c’è solo da ridere.
Inutile chiedermi se sono contento, non lo sarò mai, perché, ammettiamolo, è triste essere contenti.
Inutile insistere, non parlo, non sono in grado di stare tra voi, sono troppo distante.
Inutile, inoltre, chiedermi entusiasmo. Sono troppo distante.
Persino all’interno della Resistenza Gratuita mi sento distante, ma io proseguo comunque e sempre più solitario (le guerre stravisibili del nostro tempo non ci fanno vedere niente, e la R. G. è proprio la resistenza a questo stravisto del nulla).
Diventerò invisibile e tutti mi vedranno.

***

LE SITUAZIONI DEL CAPPIO

SITUAZIONE 1: NODO ALLA GOLA

Il Paccolà

Il Paccolà prese le distanze e continuò a giocare a distanza.
Che faceva il Paccolà?
«Ma quali utopie, ma quali utopie…
non si possono insegnare in questo sogno».
Così diceva il Paccolà.
«Non vogliatemi male,
per ora,
ma io sono come voi».
Ci disse che l’indomani si sarebbe impiccato alle ore 11 nell’albero di casa sua.
È più corretto dire “sull’albero” piuttosto che “nell’albero” disse uno di noi, e nacque una discussione.
Poi ci interrogammo sullo scopo dell’impiccagione del Paccolà.
«Lasciate perdere, semmai preoccupatevi di fermarmi nel mortale gesto, se siete miei amici, domani alle 11 all’albero di casa mia» disse il Paccolà.
Ci recammo così il giorno dopo puntuali all’appuntamento, per impedire l’impiccagione del Paccolà.
Egli però non c’era. Dopo mezz’ora di attesa suonammo alla porta più volte, finché il Paccolà si affacciò dalla finestra di camera sua.
«Mi avete svegliato».
Noi gli ricordammo l’appuntamento e lui ci disse:
«Non vogliatemi male,
per ora,
ma io sono come voi».
E nacque una discussione.

Il Paccolà – parte II

Il Paccolà ci mostrò il cappio, promettendo che ci avrebbe avvertiti quando si sarebbe impiccato, purché non lo si svegliasse. Noi eravamo scettici, ma il Paccolà disse: «Credo che adesso da oggi in poi chi viola il compromesso, tre punti di penalizzazione, chi vuole andare fuori dalla giustizia ci penserà in piedi». Noi non avevamo voglia di discutere, perciò ce ne andammo al bar a parlare di politica. Riincontrammo il Paccolà ai giardinetti, egli ci mostrò il cappio e una foto dei suoi genitori, e disse: «Tutto è bene ciò che finisce bene. I nostri hanno più spirito razionale finché…». Noi lo interrompemmo perché non avevamo voglia di discutere, e gli chiedemmo se si impiccava si o no. Il Paccolà, arrabbiato, ci tirò addosso il cappio. «Non avete capito niente», se ne andò. Rimanemmo pietrificati. Poi uno di noi disse che il Paccolà non aveva senso, provocando un tale sdegno da farci venire la voglia di impiccarlo.

Il tizio che disse che il Paccolà non aveva senso

Il tizio che disse che il Paccolà non aveva senso non frequenta più il Paccolà, un po’ per scelta, un po’ perché i suoi amici vogliono impiccarlo.
Il tizio si è staccato dagli altri, ma possiede il cappio del Paccolà.
L’ho incontrato proprio ieri, il Paccolà. Gli ho parlato di te, ma il Paccolà mi ha dato ad intendere di non conoscerti. Eppure tu hai il suo cappio.
Il Paccolà aveva fretta. «C’è chi corre dietro a qualcosa e c’è chi corre dietro». L’ho lasciato andare pensando di essere molto stanco.
Oggi sono venuto a trovarti. Mi hai dato ad intendere di non conoscermi e mi hai tirato il cappio addosso.

L’accusa

La Resistenza Gratuita possiede il cappio del Paccolà.
La Resistenza Gratuita mi accusa di essere un vacuo imbonitore.
Di essere il Paccolà.

FINE SITUAZIONE 1

***

SITUAZIONE 2: GOLA AFFATICATA

La manovra

Un parente di uno dei partigiani uccisi mi ha scritto una lettera forse minacciosa: «Ti manderò un esponente dell’Ordine dei Cavalieri». E infatti è arrivato, anzi, sono arrivati in quattro. Il primo mi ha detto «Io sono la transizione», il secondo mi ha detto «Io sono la transizione della transizione», il terzo mi ha detto «Io sono la transizione della transizione per la transizione», e il quarto mi ha detto «Io sono la transizione della transizione per la transizione della transizione». Mi hanno tolto il cappio di mano e sono usciti.
È dunque in atto una manovra demistificatrice contro di me e la Resistenza Gratuita?
Ora sono davvero solo e sento il vento ululare.

La tormenta

Il vento ululava, scuoteva il tubo della stufa, martellava il tetto e spegneva le candele; rimase accesa solo la lanterna.
Non mi resi conto dell’uragano e salii per l’osservazione; appena aprii la botola, la neve m’investì: c’era un vento impetuoso, c’era una tormenta.
Quando scesi ebbi la sensazione che qualcosa fosse cambiato, ma non sapevo cosa. Alzai il coperchio della stufa, perché la baracca era diventata fredda, e notai che il fuoco era spento nonostante il serbatoio fosse ancora molto pieno.
Lo aveva spento l’aria che scendeva dal tubo e io lo riaccesi.
Dovetti uscire una seconda volta perché la neve aveva messo in corto circuito i contatti elettrici; con grande fatica aprii la botola e uscii strisciando; non si riusciva a vedere niente. E i miei sforzi furono inutili perché la neve ricopriva continuamente i punti di contatto, benché io li ripulissi.
La botola, quando la ritrovai, era coperta completamente. Dopo aver tirato via la neve cercai di aprirla, ma non ci riuscii perché era bloccata dal ghiaccio. Poi mi ricordai che avevo piantato la pala in certo punto, riuscii a trovarla, con grande sollievo. Infilai il manico della pala alla maniglia, tirai continuamente, ma fu inutile. Per fortuna arrivò il Paccolà in mio aiuto, tirammo in due, la botola si aprì, e precipitammo dentro.
Io, sfinito. Il Paccolà disse «Questo ci insegna che una cosa può essere piccola, ma non è mai detto, perché se non si sta attenti, può, appunto, succedere qualcosa di brutto».

Il Paccolà è rimasto da me a dormire. Gli ho fatto sapere che il suo cappio era in mano all’Ordine dei Cavalieri. Il Paccolà, con aria indifferente, mi ha detto di non conoscerli, e siccome la tormenta era terminata, se n’è andato.
Io sono ancora affaticato, e non ho nemmeno la forza di uscire, tanto sono affaticato.

La fatica dopo l’amore

Quando avevo male ai testicoli davo la colpa agli americani. Mi ricordo che quasi ci credevo. Dopo l’amore ho impersonato il sogno americano infranto: mi sono fatto il mazzo, tanta fatica per arrivare, e ora mi ritrovo sulla strada come prima, con in più tutta la fatica accumulata. Accumulata per niente, dicevo quasi senza crederci. Ma nei pochi momenti in cui scacciavo la depressione acritica, potevo affermare no, per niente no, i miei sforzi all’amore mi ci hanno portato, e certo, sono ricaduto, ma posso sempre ricominciare e arriverò ancora. Con altra fatica. Questo è il sogno americano. È colpa degli americani se faccio così fatica, se ora sono poco munito d’identità e non ho voglia di fare fatica. Una cosa l’ho imparata, fingere di scrivere. Non basta. Vorrei imparare a parlare come gli americani, quella parlata così accattivante e mascellare, lavorare come gli americani, fare insomma fatica e poi dire ho fatto tanta fatica da una posizione finalmente privilegiata.
Poi mi dico che gli americani non c’entrano affatto con i miei testicoli, ed è ora che mi dia da fare.

FINE SITUAZIONE 2

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SITUAZIONE 3: DARSI DA FARE

La scarpa

Stavo pensando a cosa fare, e la porta ha suonato. Era il salumiere. Voleva che andassi con lui a consumare una birra e una salsiccia, ma io proprio non avevo voglia d’uscire. Irritato, il salumiere mi ha chiesto il cappio, e io, irritato a mia volta, gli ho detto mai e poi mai, tenendo nascosto il fatto che il cappio non era in mano mia. Ancora più irritato, il salumiere ha preso una mia scarpa ed è uscito, recandosi ai giardinetti. Là ha notato un vaso vuoto su una panchina vuota. Si è seduto, pensando al servizio che ha visto ieri in TV, in cui artisti o pseudo artisti moderni mostravano le loro installazioni assurde. Allora il salumiere ha riempito di terra il vaso e ci ha piantato la mia scarpa. «Adesso sono anch’io un artista» si è detto, ironico.
Una vecchia si è fermata incuriosita ad osservare, e il salumiere le ha regalato la sua opera d’arte. «Piacerà a mio nipote, a lui piacciono certe cose artistiche» ha detto la vecchia al salumiere. Detto fatto, la vecchia ha comprato della carta da regalo per incartare l’opera. Poi ha suonato alla mia porta.

Il mappamondo

Ora che, grazie a mia nonna, ho di nuovo l’altra scarpa, mi decido ad uscire di casa. Prendo la metropolitana.
Di fronte a me è seduta una ragazza di quindicisedicianni e sembra molto triste. «Sarà l’età» penso io.
A una fermata entrano un tamburino e un hawajano grasso con i capelli rossi; il tamburino comincia a suonare, mentre l’hawajano passa tra la gente con il bicchiere in mano. La ragazza lascia un’offerta di ben 3 euro, e l’hawajano corre entusiasta a dirlo al tamburino.
«Ragazza», dice il tamburino alla ragazza, «La tua generosità merita un premio» e le regala un mappamondo. «Quando ti senti triste», le dice il tamburino, «Batti 3 volte la nocca del dito medio sull’America: succederà qualcosa che ti risolverà il problema del momento».
La ragazza si riempie di felicità, ritornandole a memoria una fiaba letta da piccola, in cui un bambino aiutava una vecchia e riceveva in regalo un talismano dei desideri. Euforica, la ragazza torna a casa e si chiude in camera, batte 3 volte la nocca del dito medio sull’America, ed ecco che il mappamomdo parla:
«Ragazza, perché hai battuto? Ti è stato detto: batti quando sei triste! Ora non sei triste, e verrai punita» e il mappamondo esplode, e con esso la ragazza.
Io me ne torno a casa.

Immersioni

Mi faccio ancora forza ed esco. Vado al mare in tenuta da palombaro.
Sulla spiaggia ci sta un tipo che fissa immobile il mare: è un drogato.
Mentre m’impegno in mirabolanti immersioni, da una finestra che si affaccia sul mare una donna medita: è una piromane.
La piromane arriva in spiaggia e mi urla di uscire dall’acqua, perché vuole incendiare il mare. «Impossibile» ribatto io «Impossibile appiccare il fuoco sul mare, a meno che non sia pieno di petrolio», e ritorno alle mie immersioni. Poco dopo passa una petroliera; affonda, riempiendo il mare di petrolio. La piromane ne approfitta e incendia il mare.
E oltre a dovermi dare da fare per togliermi dalle fiamme, mi tocca pure accettare di essere una visione del drogato.

FINE SITUAZIONE 3

***

EPILOGO: MORALE DELLA GOLA

E finalmente faccio visita alla mia amica immaginaria.
Vediamo insieme un dossier alla TV:
Elsa vive nella vita degli uomini
Elsa sente il richiamo della natura
Elsa deve essere reinserita nel suo ambiente naturale
Gli educatori di Elsa approvano
Gli educatori di Elsa vanno via e la lasciano sola.
«E allora?» dico io. «Devi trovare il tuo ambiente» dice la mia amica immaginaria.
Noto il cappio posato sulla TV, e impicco la mia amica immaginaria, e finalmente la vedo.

Per fare il punto: cos’è la Resistenza Gratuita

- La Resistenza Gratuita è la resistenza allo stravisto del nulla
- La Resistenza Gratuita è il binomio morte/riso
- La Resistenza Gratuita è la realtà dell’invisibile
- La Resistenza Gratuita è il buco del pantheon
- La Resistenza Gratuita è il cappio del Paccolà
- La Resistenza Gratuita è gratuita

***

NEL VULCANO
(Il buco del pantheon diventa un cratere)

Nel buco finto

Ed eccomi nel buco. È un buco finto, ma posso immaginarlo vero. In cui formulo già considerazioni preliminari.
Quando corro mi viene il batticuore
I film dell’orrore non mi piacciono
Io non soffro di nessuna fobia
Ai bambini appena nati piace gridare
Quando si giocava a «lupo» a me piaceva scappare
Per me, nessuno è invincibile

Mi metto da parte

Voglio togliermi dal buco finto.
Ho provato con le cattive, ora provo con le buone.
Se potessi tornare indietro cambierei molte cose. Sarei meno isterico, non sarei opprimente, eviterei di costruire palazzoni opulenti da un buco, sarei più maturo, sarei veramente un tesoro d’uomo.
Per conoscerti, o buco del pantheon, mi metterei da parte.
Perché è vero, non è che poi ti conosca molto.
Proverò a mettermi da parte.

Il drogato

Mi metto da parte e tollero.
Arriva un drogato, lo stesso che mi guardava bruciare quella volta al mare, convinto che si trattasse di una sua visione.
Mi chiede che ci faccio in questo vulcano.
Il tentativo di spiegargli che non è un vulcano fallisce.
Allora mi drogo.

Nel vulcano, drogato

Non riesco a capire che ci faccio qui, visto che al vulcano non ci ho mai pensato.
So che avevo delle idee.

La droga circola, non c’è niente da fare

Penso dal vulcano.
Io l’avevo detto, tempo fa, avevo avvertito, cose oggi assodate.
Quelli che dicevano «Ma come?».
Ma se voi pensate in questo modo e dite questo, dite una bestemmia.
Io predico nel deserto, e i cattolici se ne fottono e non mi seguono.
«Bisogna seguire i nuovi concreti».
Dannati mostri satanici.

Canto dal vulcano

Carriera del tempo
Il tempo fa carriera
I buchi diventano crateri
Ma voglio essere buono
O buco del pantheon
Vieni da me
Succeda qualcosa
Un miracolo
Vieni da me
Voglio ritoccarti
Devo ritoccarmi
Ma non devo annullarmi
Armi
Arti

Non ci sono più le temperature di una volta

Sono sfinito e deluso, ma sto resistendo come mai ho resistito.
Ero e rimango l’unico partigiano della Resistenza Gratuita. Se si esclude il drogato.
Lo si deve escludere. Egli si masturba e contemporaneamente piange, non c’entra con la R. G.
Lo tengo qui perché sono buono e disarmato, e soddisfo perfino la sua richiesta di chiamarlo partigiano.
Ogni tanto mi chiede una coperta.
«Anch’io ho bisogno di coperte, e meriterei di più».
In effetti qui nel vulcano fa freddo.

Canc

Devo ritoccarmi ma non devo annullarmi, questa è la questione di sopravvivenza che ho posto nel Canto dal vulcano.
Capita che il partigiano drogato mi implori:
«Portami via».
«Non stai morendo» gli rispondo io.
Poi in genere lui non dice più nulla, ma stamattina invece ha ribattuto:
«Ma non mi sono svegliato, e non siamo in Aprile».
Io mi sono innervosito, e con aggressività gli ho detto di svegliarsi, allora.
Lui muto, con gli occhi patetici mi ha chiesto la coperta, e io ho quasi urlato: «Eh no, ora ce l’ho io, e anch’io ho bisogno di coperte!».
Mi sono subito reso conto, spaventato, che avevo parlato esattamente come il partigiano drogato. Quest’ultimo ha mostrato un sorrisetto odioso e mi ha detto: «Tu sei come me».
Lo ripeto: sono buono e disarmato. Altrimenti l’avrei già fatto fuori.

Il prossimo anno

Il partigiano drogato ha chiesto a Babbo Natale una coperta.
Chissà se Babbo Natale arriva anche nei vulcani.
Questo è l’ultimo appunto del 2003.
Lascio finire l’anno nel modo infelice che vuole finire.
Ma dal prossimo anno basta con l’infelicità infernale.
Il prossimo anno rifonderò la Resistenza Gratuita, sfrutterò il vulcano, invece di subirlo (ed eventualmente ne uscirò).
Il divertimento non lo vedrò più col binocolo.
Ignorerò le ragazze che lavano i piatti per dimostrarmi qualcosa.
Starò alle regole sbagliando gioco.
Non dirò scemenze come quest’ultima.
Non permetterò al partigiano drogato di conficcarmi la siringa in testa.
La mia mente irradierà l’energia pura del buco del pantheon.
Scriverò un libro semplice e bello.
Avrò un amore semplice e bello.
Sarò semplice e bello.

(dicembre 2003)